I 100 dolcevita neri nell'armadio di Steve Jobs

Jobs li chiese allo stilista Issey Miyake. «Volevo una divisa anche per i miei dipendenti». Che si opposero

Steve Jobs con il suo inconfondibile look alla presentazione di un iPod nel 2004 (Ap)
Steve Jobs con il suo inconfondibile look alla presentazione di un iPod nel 2004 (Ap)

PALO ALTO – Steve Jobs è sepolto qui da una settimana: un parco di 35 ettari a 10 minuti da casa, un grande prato punteggiato da alberi e boschetti, in maggioranza piccole lapidi di pietra grigia adagiate nell’erba come quella di David Packard, co-fondatore dell’Hewlett-Packard. Qui doveva riposare anche Bill Hewlett, che un giorno rimase al telefono 20 minuti a parlare di elettronica con un dodicenne sconosciuto chiamato Steve Jobs, ma quando Bill morì nel 2001 il cimitero era in sciopero e la famiglia andò altrove. Alta Mesa Memorial Park, unico cimitero di Palo Alto. Fondato nel 1904, privato, non confessionale.

I morti devono essere grati a questo luogo e sarà piaciuta a Steve Jobs l’idea che per metà è un cimitero e per metà un frutteto di albicocchi, lui che per la nuova sede di Apple aveva pensato a una gigantesca astronave di cristallo tra migliaia di albicocchi in fiore. L’avrebbe annunciata, c’è da scommetterci, in una di quelle presentazioni dove l’unica non-sorpresa era il suo abbigliamento (altro che gli abiti da «mafioso» e i farfallini di una volta): sempre vestito di nero, dolcevita, Levi’s e New Balance grigie. Una specie di divisa il cui «segreto» è raccontato nella biografia autorizzata che uscirà il 24 ottobre a firma di Walter Isaacson. Tutto comincia con un viaggio in Giappone nei primi anni 80: Jobs chiese al boss della Sony Akio Morita perché tutti i dipendenti indossassero la stessa uniforme. Morita gli raccontò che dopo la guerra i giapponesi non avevano vestiti e che le aziende davano ai lavoratori qualcosa da mettersi. Nel corso degli anni l’uniforme diventò uno stile, un modo per legare i dipendenti. «Decisi che volevo anch’io quel tipo di legame per Apple» racconta Jobs nel libro.
Steve «copia» e si rivolge allo stesso stilista che ha disegnato l’uniforme Sony. Va a trovare Issey Miyake, torna a casa con una serie di campioni. Ne parla ai suoi. Sei matto? Sollevazione generale.

Nessuna uniforme. Think different. Pochi anni dopo Jobs viene costretto a lasciare l’azienda (tornerà nel 1997). Nel frattempo con Miyake (nato a Hiroshima nel 1938), genio dei nuovi materiali e dei colori cupi, era nata un’amicizia. Nella biografia Jobs racconta che si vedevano regolarmente.
L’idea di una divisa (anche se non aziendale) che fosse al tempo stesso un marchio personale e un fatto di praticità non l’aveva abbandonato. «Così chiesi a Issey di farmi un po’ di quei suoi dolcevita neri che mi piacevano e lui me ne ha fatti un centinaio», ha raccontato Jobs al suo intervistatore. Un centinaio? Di fronte allo stupore di Isaacson ha aperto l’armadio e glieli ha fatti vedere tutti impilati: «Ecco cosa indosso – ha detto – ne ho abbastanza per il resto della mia vita». Avrà fatto in tempo a metterli tutti? Steve Jobs è sepolto qui (anche se all’Alta Mesa Memorial Park non vogliono dire il punto esatto). Nel prato c’è una fossa scavata di fresco. Senza fiori, senza un segno. Solo il marrone della terra nell’erba verdissima. E sullo sfondo gli albicocchi.

fonte corriere.it

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